Cina e capitalismo ovvero un matrimonio 'quasi' riuscito
Oscar Marchisio (a cura di)

 

La Cina è la vera macchina del capitalismo; senza gli intoppi religiosi o etici delle democrazie occidentali, ha finalmente trovato il suo “spazio vitale”. È lì che gli “spiriti animali” del capitalismo possono esprimere tutta la loro forza e la loro energia e correre in modo rapido, sviluppando tutta la potenza e capacità di sussunzione della società? Nell’immensa nazione cinese, che nominalmente è ancora considerata comunista, la pura logica del profitto può finalmente sfogare tutta la sua “razionalità” e la sua pervasività. Ma questa “macchina perfetta” con una tale crescita, quantitativa e ad una tale velocità, potrebbe ingenerare le premesse di uno squilibrio sociale e economico sia interno che mondiale. Con lo sviluppo capitalistico cinese siamo giunti ai limiti “fisici” del globo, lo sviluppo, o meglio la crescita del capitale, tocca i limiti fisici dell’energia, si avvita in un processo che ha nelle sue stesse forme di crescita i suoi limiti. La Cina potrebbe provocare una tale crisi energetica da sfociare in una acutizzazione violenta della spartizione delle risorse petrolifere e potrebbe accelerare la crisi ambientale del mondo, provocando un vistoso peggioramento del dissesto climatico. Questo prefigurato scenario apocalittico potrebbe avviare una riflessione positiva sul bisogno di politiche ambientali globali e sul ridisegno del modello di sviluppo; in ogni caso la portata del capitalismo in Cina apre una nuova fase dell’economia mondiale. In questo grande gioco il matrimonio “quasi” riuscito potrebbe non essere perfetto perché la macchina del capitale per valorizzarsi ha bisogno del soggetto sociale, anello critico dell’intero processo politico-economico.

2007 Poiesis & Praxis n. 3, Sapere 2000 - Roma